Nasi hollywoodiani, occhi tondi e gambe più lunghe: manie (e ossessioni) nella geografia della bellezza

«Cercasi assistenti alla cattedra di filosofia. Requisiti: essere alti almeno 170 centimetri». Siamo in Cina, dove un'analisi delle inserzioni di lavoro rivela la richiesta di standard di altezza minimi in molti campi professionali: per lavorare in Università bastano 160 cm alle donne e 170 cm agli uomini. I poliziotti di Shanghai devono misurare almeno 168 cm, le poliziotte 158. Per molti cinesi allungare chirurgicamente le gambe è un prerequisito per il successo: piuttosto che mettere a punto il curriculum vitae ideale, si fanno spaccare le tibie e inserire barre di metallo per guadagnare fino a 10 cm.

Questo non ci stupisca meno della famosa tribù neozelandese Pa Dong, fanatica del collo lungo, le cui donne vivono con collane di pesanti anelli sovrapposti per tenerlo in trazione. O degli amazzoni che si allungano il labbro inferiore inserendo un piatto tra questo e le gengive. O dei Mauritani, che mandano le figlie a ingrassare in camp speciali, dove somministrano loro fino a 16mila calorie al giorno, secondo una stima Onu.

Del resto, ogni cultura ha la sua visione della bellezza. Che spesso trae ispirazione dalla parte opposta del mondo. Gli europei, ad esempio, apprezzano sempre più l'approccio olistico orientale: durante la fiera internazionale In-cosmetics Asia del novembre scorso, la società di ricerche di mercato Mintel ha segnalato che le esportazioni tailandesi di cosmetici sono cresciute del 44% dal 2008 e si prevede che chiuderanno il 2012 con un giro d'affari da 3,6 miliardi di dollari. Inglesi, francesi e italiani ne amano, oltre ai prodotti, l'approccio naturale volto al benessere psicofisico.

Di contro, la chirurgia estetica impazza in Asia: gli occhi grandi e tondi degli occidentali sono ambitissimi in particolare dalla Corea: qui un adulto su dieci ricorre al bisturi e persino i bambini cominciano a sottoporsi a interventi chirurgici estetici. In Iran, invece, è gettonato il naso "hollywoodiano", dritto e piccolo: per averlo, uomini e donne si sottopongono alla rinoplastica, tanto che Teheran è ormai la capitale mondiale del cosiddetto nose-job, con più di 30mila operazioni l'anno.

Anche la pelle del viso ha una sua geografia: le donne statunitensi sono le maggiori acquirenti al mondo di cosmetici antirughe, facendo totalizzare un giro d'affari annuo da 2,3 miliardi di dollari. In Asia, invece, i segni del tempo sono trascurabili: l'importante è avere un incarnato di porcellana che è associato all'idea di salute, bellezza e status sociale elevato. Al punto che in Tailandia, per esempio, è difficile trovare cosmetici per la pelle che non contengano attivi sbiancanti. Una recente ricerca di Euromonitor International ha inoltre rivelato che quattro donne su dieci a Hong Kong, in Malesia, nelle Filippine, in Sud Corea e a Taiwan usano una crema schiarente.

La recessione economica è invece responsabile di due nuove manie occidentali: profumare e colorarsi. Contro la crisi nera delle borse, le persone trovano conforto in piaceri sensoriali immediati e non dispendiosi. Questo spiega l'impennata dell'industria dei deodoranti, cresciuta del 16% tra il 2006 e il 2011 negli Usa.

In Europa è boom per il comparto del make-up arcobaleno: smalti, ombretti e rossetti vividi sono ricercati soprattutto in Gran Bretagna, dove le vendite sono incrementate dell'8% dal 2010, contando 1,38 miliardi di sterline di fatturato (dati Mintel).

Infine, i capelli sono la mania dei Paesi emergenti: India, Brasile, Russia, Messico e Cina. In quest'ultima nazione, in particolare, Mintel rileva che l'81% dei consumatori acquista prodotti naturali: qui l'haircare è spesso insidiato da scandali sulla sicurezza nei cosmetici nei quali si scoprono ingredienti tossici e cancerogeni, riducendo la fiducia dei consumatori nelle formule chimiche.
Immaginarsi un cinese con gambe allungate chirurgicamente che usa solo shampoo bio suona come un ossimoro. Eppure (anche) questa è la bellezza.

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