Boom di margini per la pelletteria d'alta gamma

Boom di margini per la pelletteria d'alta gamma
Boom di margini per la pelletteria d'alta gamma

Mille borse per due ore di film. Il record è stato del primo Sex & the City. I cambi d'abito furono "solo" 300, perché anche in quel caso le grandi case di moda preferirono puntare sulla pelletteria. E a ragione, considerato che i margini su questo comparto sono ben più alti, se non addirittura doppi, di quelli che si realizzano sull'abbigliamento.

Una fotografia dell'esercizio 2011 non è ancora possibile, ma i dati degli anni precedenti parlano chiaro: se l'Ebit margin dell'abbigliamento è cresciuto per l'alto di gamma dal 5,2% del 2009 al 9,9% del 2010, i dati per il settore leather goods indicano un margine a due cifre già dal 2009 con il 15%, salito poi al 19,9% l'anno seguente. Stessa cosa si dica per l'indice di redditività del capitale investito (Roi - return on investment) passato dal 7,8% all'11,9% per l'abbigliamento, mentre per la pelletteria è salito dal 12,4% al 18% fra il 2009 e il 2010.
Le differenze si assottigliano, ma solo leggermente, nella fascia media del mercato, dove l'abbigliamento ha un Ebit margin del 7% (7,6% nel 2009) contro il 13,1% della pelletteria (10,6% nel 2009), e si riducono più sensibilmente per i prodotti mass market con un 7,6% dell'apparel contro un 11,8% del leather goods.

«Il settore pelletteria e più in generale quello dell'accessorio – commenta Paola Varacca Capello, docente dell'area strategia e imprenditorialità della Sda Bocconi, autore con la Fondazione Altagamma del report Fashion & Luxury Insight – presenta una minor complessità legata al fatto che non esistono taglie, i problemi di vestibilità sono relativi e c'è una maggiore continuità dei materiali. L'abbigliamento resta un comparto più impegnativo per la stagionalità, la vestibilità e l'innovazione stilistica. Questi fattori incidono sulla marginalità delle due tipologie di prodotto».
Più complesso capire nei grandi gruppi internazionali del lusso quale sia il contributo dei due mercati, perché spesso vengono diffusi solo dati aggregati soprattutto per quel che riguarda la redditività. Come nel caso di Lvmh, che nell'intero 2011 ha registrato per la divisione Fashion & leathers goods un incremento dell'1% della percentuale del margine operativo sui ricavi (Ebit margin) passando dal 34 al 35%, ben sopra la media di settore. Non è dato sapere però lo spaccato tra abbigliamento e pelletteria, ma alcune stime degli analisti indicano quest'ultima attorno al 40-45 per cento. Discorso analogo per Hermès, che nell'anno appena concluso ha registrato un Ebit margin del 30% nel complesso.

Dal filing per la quotazione di Prada Group, invece, emergeva come il margine operativo per le borse del gruppo fosse del 20,4% nel 2010. E sotto il 30% ci sono anche il brand Gucci con il 28,7% (pre-costi centrali), Ppr Luxury con il 22,4% e Tod's Group con il 20,3%. «Partendo da quelli che storicamente non erano specializzati nella pelletteria – commenta Gianluca Pacini, analista di Intesa SanPaolo – tutti i gruppi hanno cercato nel loro processo di sviluppo di aumentare la percentuale di questo comparto. Le minori complessità di produzione e il più basso prezzo d'ingresso che caratterizza gli accessori, infatti, determinano alte potenzialità di sviluppo per questi prodotti con ritorni positivi in termini di profittabilità. Anche in questo periodo di crisi l'insieme di questi fattori permette di limitare le pressioni al ribasso sui margini dei gruppi.

Condizione necessaria per poter sviluppare le potenzialità del mercato accessori è la forza del marchio, che si conquista solo con la presenza nel settore abbigliamento che consente una forte visibilità. Proprio per questo i gruppi sono pronti ad accettare marginalità più basse nell'abbigliamento, in qualche modo sussidiate dagli alti margini negli accessori».
Archiviato un 2011 di crescita, peraltro, i grandi gruppi internazionali del lusso dovrebbero registrare un nuovo esercizio con fatturato e redditività in aumento. Il consensus degli analisti, elaborato da FactSet, indica crescite a doppia cifra per il margine operativo lordo per tutte le maggiori griffe anche se in leggero rallentamento rispetto allo scorso anno: per Hermès è previsto un miglioramento dell'Ebitda dell'11,9%, per Lvmh del 12,4%, per Prada del 21,8%, per Hugo Boss del 10,9%, per Burberry del 14,9% e per Ferragamo del 22,4 per cento.

Ma dove producono le grandi griffe internazionali come Gucci, Ferragamo, Prada o Lvmh? Il polo di eccellenza per la pelletteria resta quello fiorentino, secondo il quarto rapporto Economia e finanza dei distretti e il Monitor dei distretti elaborati dall'ufficio studi di Intesa Sanpaolo. Le imprese del distretto toscano non hanno risentito della crisi economica, beneficiando proprio dei risultati ottenuti dai colossi del lusso. Nel 2010 il polo fiorentino ha registrato una crescita del fatturato del 18,3% e un significativo miglioramento dell'Ebit margin che si è portato al 5% dal 3,7% dell'anno precedente.
«Risultati possibili grazie soprattutto all'ottimo posizionamento qualitativo del distretto, che si distingue per le tradizionali competenze artigianali di lavorazione, unite alla qualità dei materiali e alla ricerca stilistica» osserva Giovanni Foresti di Intesa Sanpaolo, che aggiunge: «Nel distretto coesistono grandi griffe che agiscono come soggetti leader e global player del sistema moda, piccole e medie imprese locali dotate di un proprio marchio e un fitto reticolo di piccole imprese collocate nelle diverse fasi produttive e inserite nella rete di fornitura delle imprese finali».

A giocare un ruolo importante nei risultati delle imprese del polo fiorentino sono state le ottime performance ottenute sui mercati esteri: le esportazioni, infatti, dopo essere cresciute del 18,5% nel 2010, hanno registrato un balzo lo scorso anno con una variazione tendenziale positiva nei primi nove mesi del 28,9%, che permette di superare abbondantemente i livelli pre crisi.

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