Italia straccia Francia nel sistema industriale

Italia straccia Francia nelsistema industriale. (Foto di Ellen Von Unwerth, Courtesy Dolce&Gabbana)
Italia straccia Francia nelsistema industriale. (Foto di Ellen Von Unwerth, Courtesy Dolce&Gabbana)

È la patria dei colossi del settore, da Lvmh a Ppr, che nell'ultimo decennio hanno fatto razzia delle più belle aziende italiane: da Gucci a Fendi, da Bottega Veneta a Bulgari, passando per Brioni. È la sede naturale di flagship store dalle dimensioni impressionanti, che fanno leva sulla grandeur di strade come gli Champs Elysées. È in grado di snocciolare per le sfilate location imbattibili, come lo strepitoso Grand Palais selezionato da Chanel.
Ma, se l'analisi si sposta sul terreno prettamente industriale, il sistema moda della Francia perde tutto il suo fascino. E soccombe di fronte alla concorrenza italiana. Vediamo i dati, elaborati per Moda24 da Euratex/Smi: nel 2010, nell'Europa a 27, l'Italia rappresentava il 30,6% del fatturato totale del tessile-abbigliamento, rispetto al 13,9% della Francia. Nello stesso anno, il fatturato italiano è aumentato del 7,2% a 49,66 miliardi, mentre i competitor transalpini si sono dovuti accontentare di un incremento del 3,6% a 22,53 miliardi.

E sul fronte dell'export? Nel gennaio-ottobre 2011, l'Italia ha generato il 18,3% del totale dell'Europa a 27 rispetto all'8,6% della Francia. A dire il vero, la leadership è della Germania con il 20% ma bisogna precisare che il business dei tedeschi, a parte il successo di Hugo Boss, è maggiormente focalizzato in segmenti inferiori rispetto a quelli italiani. Se si rileva solo la confezione, in ogni caso, l'Italia è prima con il 19% contro il 9,5% della Francia.
Ancora: le 53mila aziende italiane hanno investito, sempre nel 2010, 1,47 miliardi, in crescita dell'8,3% rispetto all'anno precedente; i colleghi francesi hanno invece aumentato gli investimenti del 3,9% a 603 milioni. Gli investimenti italiani pesavano dunque per il 31,5% sul totale di quelli dell'Europa a 27 contro il 12,9% dei francesi.

Documento / Tessile-Moda, Italia e Francia a confronto

Se si suddividono i dati complessivi tra tessile e abbigliamento, concentrandosi sull'anello industriale a valle, si evidenzia ancora di più la leadership italiana: la quota del fatturato era pari nel 2010 al 37,8% di quella dell'Europa a 27 rispetto al 13,2% della Francia. Il fatturato italiano era pari a 29,9 miliardi, in aumento dell'1,9%, quello francese di 10,4 miliardi (+2,4%).
Sorprende forse un po' che gli investimenti delle aziende dell'abbigliamento italiano siano solo di poco superiori a quelle delle imprese tessili, visto che l'anello più a monte della filiera nazionale è stato dato per "disperso" da troppi in modo forse affrettato: nel 2010, comunque, i due dati sono stati rispettivamente di 777 e 692 milioni, pesando per il 42,8 e per il 24,3%.

«I numeri – commenta Michele Tronconi, presidente di Sistema moda Italia – testimoniano che il nostro Paese ha mantenuto una struttura di filiera che invece i francesi hanno perso, anche se hanno scelto questa strategia preferendo concentrare gli investimenti nella distribuzione, con l'obiettivo di essere il più possibile a contatto con il consumatore finale».
Per la produzione i competitor francesi hanno delocalizzato da decenni nelle ex colonie dell'Europa mediterranea oppure, soprattutto per le produzioni di fascia medio-alta e alta, proprio in Italia, come fanno molti big player francesi, inglesi, tedeschi e statunitensi. Senza contare che il numero uno al mondo, appunto la Lvmh di Bernard Arnault, ha scelto ad esempio la Riviera del Brenta per realizzare il polo produttivo delle calzature di lusso per tutti i marchi del gruppo. «Pure nel tessile – aggiunge Tronconi – i francesi hanno sostituito il distretto di Lione con Como, patria della seta, interpretando positivamente la logica europea che considera l'Italia come mercato interno».

Insomma, notizie incoraggianti per la filiera made in Italy. Ma solo fino a un certo punto, visto che le imprese – soprattutto quelle di piccolissime e piccole dimensioni, la gran parte nel settore – stanno pesantemente soffrendo il credit crunch e hanno possibilità di salvarsi in un mercato in cui la competizione è sempre più sfrenata soltanto utilizzando le reti d'impresa, convenienti soprattutto sotto il profilo fiscale, o trasformandosi in terzisti esclusivi per i big italiani e stranieri.
«In realtà – conclude Tronconi – le reti vengono scarsamente utilizzate dal tessile-abbigliamento, mentre per i patti di filiera l'accelerazione è firmata quasi esclusivamente da Gucci, che sta da tempo dando nuovamente spessore al controllo della filiera produttiva. Al contrario di altri big italiani che si muovono nella direzione suggerita dai francesi, ponendo l'accento sul contatto diretto con il consumatore piuttosto che sul luogo della produzione. Un'ottica miope a livello di sistema, perché riduce le chance di aumentare le quote di mercato».

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