Antonio Marras: «Il 1° giugno a Kuwait city debutto nella couture. E' un sogno e una chance»

«Le dieci sarte nel nostro atelier di Alghero sono già al lavoro da settimane. Stanno confezionando, rigorosamente a mano, dieci abiti di haute couture che sfileranno il 1° giugno a Kuwait City in una serie di trunk show organizzati da Najla Maatouk: lei è il deus ex machina di Al Ostoura, il nostro distributore, ma si tratta di un suo progetto personale. È una donna straordinaria che ha dimostrato tanta fiducia in me, tanto da aprire un monomarca nella sua città: per me sfilare là è un sogno, oltre che un'interessante alternativa».

Antonio Marras, classe 1961, nato ad Alghero, non si è ancora ripreso dalle "fatiche" del FuoriSalone, dove ha lanciato la sua prima collezione home in partnership con Rossana Orlandi che, con lo Spazio di Milano che porta il suo nome, è considerata una delle persone più influenti al mondo nel retail del design. Radicato nella sua Sardegna, carattere nostalgico, cultore della liaison con il mondo dell'arte, racconta a Moda24 gli sviluppi del suo lavoro.

Marras, esattamente un anno fa lei aveva annunciato di essere a caccia di un socio finanziario: il suo marchio è piccolo e ancora indipendente. Novità?
Sono proprietario del mio marchio e questo mi piace molto. Cercare un partner finanziario è come cercare una fidanzata: quando ti guardi intorno non la trovi mai. Delle offerte sono arrivate, ma al momento, anche facendo da soli, abbiamo ottenuto buoni risultati.
Questo significa che la caccia è sospesa?
No, ma preferisco fare con calma: certo vorrei avere alle spalle qualcuno che mi sollevasse dalle incombenze burocratico-finanziarie e che mi garantisse la serenità per concentrarmi sulla creatività.
Nel mondo della moda di oggi spadroneggiano i colossi: è davvero obbligatorio diventare grandi?
I tempi sono molto difficili, è inutile nasconderlo. Il fatturato della Antonio Marras si aggira sui 20 milioni: finanziamo l'attività ma ammetto che non c'è da scialacquare, soprattutto se si intende mantenere quello standard di qualità che è uno strumento di fidelizzazione dei nostri clienti.
Riceveva un robusto assegno come direttore creativo della maison Kenzo, che fa parte della Lvmh. Come mai i vostri rapporti si sono interrotti?
Lo dico serenamente: non c'erano più le condizioni giuste per lavorare. Il contratto scadeva nel marzo 2012, ma sono uscito sei mesi prima, anche a causa di gravi problemi familiari che non mi consentivano di focalizzarmi sul lavoro. In pratica per sei mesi mi sono isolato dal mondo, ma da gennaio va tutto bene, per fortuna.
Con Stefanel ha un accordo di licenza per la produzione e distribuzione della collezione Isola Marras. Chi produce il ready-to-wear con il suo marchio?
Abbiamo un partner industriale a Varese, con il quale ci troviamo molto bene. Poi c'è il top di gamma, il nostro Laboratorio di Alghero, dove lavorano 10 sarte più un indotto di 15 specialiste fra ricamatrici e ricercatrici di materiali: partiamo da vecchi pezzi, li scuciamo, li ricamiamo, li riassembliamo.
In quale fascia di prezzo?
Non proibitiva se paragonata ad altri marchi: al pubblico 3mila euro per un cappotto e 1.500 per un abito. E ci occupiamo direttamente anche della distribuzione, mentre abbiamo affidato alle licenze calzature, pelletteria, intimo e beachwear.
Come mai questa nuova esperienza nel design?
Rossana Orlandi è una mia carissima amica ed era anche mia cliente quando nel suo favoloso Spazio vendeva abiti. È venuta a trovarmi a casa ad Alghero ed è rimasta colpita dal mix di pezzi discordanti.
È da sempre appassionato del riuso...
Sì, ora è tanto di moda. Mi innamoro spesso delle cose che gli altri gettano via e mi piace accumularle, assemblarle e stratificarle creando nuove armonie. Lo faccio per l'abitazione, per lo showroom e per le sfilate. Allo Spazio Orlandi, ad esempio, abbiamo scrostato venti strati di intonaco finché abbiamo trovato la parete "cruda": stupenda.
La prima collezione casa l'ha battezzata Milly, come l'ultima sfilata, quella dell'autunno-inverno 2012-13.
Sì, in omaggio alla celebre cantante e attrice milanese. L'amministratore delegato dello Spazio Orlandi, Aldo Cingolani, ex Giugiaro, mi ha chiesto di progettare una linea dal "sapore" speciale e ho immaginato appunto la casa di Milly. I tempi erano brevi, perché tutto è iniziato solo tre mesi fa, ma nella moda siamo abituati alla velocità. Così mi sono buttato a capofitto a disegnare un divano, delle poltrone e delle sedie chiavarine anni '60, un capolavoro di alta ingegneria, leggere e super resistenti.
Quali materiali ha usato?
Velluti, damaschi, broccati, i miei patchwork composti da porzioni di giacche e cappotti da uomo, mentre per le lampade abbiamo utilizzato 32 ruote di biciclette. La tappezzeria sembrava tessuto maschile, ma era di carta, interrotta da strisce Pop in colori fluo come giallo limone, verde e fucsia.
Sono pezzi unici, insomma...
La struttura è industriale, realizzata dagli artigiani della Brianza: abbiamo selezionato le eccellenze di chi, ad esempio, lavora ancora il legno a incastro. Ma ogni pezzo è sostanzialmente unico.
Cingolani ha dichiarato al Wwd che la collezione ha avuto successo nei mercati emergenti perché non sono pezzi singoli, ma un sistema completo di arredamento...
Sono entusiasta come un bambino, anche se è stato tutto nuovo: se consegno un disegno alla mia modellista so che dopo due giorni arriva il capo finito, ma qui avevo a che fare con falegnami, tappezzieri, fabbri ed ero totalmente ignaro dei tempi necessari a uno sviluppo simile. Oltretutto la collezione Milly potrebbe avere presto ulteriori declinazioni.
Quali?
Sono in corso contatti importanti nel contract: appartamenti completamente arredati in alcune residenze di lusso in fase di realizzazione e hotel.
I prezzi sono alti?
In linea con quelli degli altri marchi. E comunque Rossana Orlandi è sinonimo di qualità a 360 gradi: basti pensare che la collezione Milly è interamente made in Italy. E ho detto tutto.
Durante la Desig week milanese avete lanciato anche "Nonostante Marras" nel vostro Circolo.
Questo è un progetto ideato da mia moglie Patrizia: io ho fatto solo da manovalanza. Uscito da Kenzo pensavo di avere più tempo libero, e invece mi sono gettato a capofitto anche in questo. L'apertura di questo spazio alla città è stata un'avventura straordinaria: un luogo dove parlare di arte e cultura, prendere un tè, comprare una pianta o un gioiello o un libro. Sono passati i vicini di casa e i direttori dei giornali, oltre a una marea di sconosciuti e tanti giovani grazie al passaparola. Lo rifaremo di sicuro.

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