Negli atelier Hermès la qualità è un'ossessione

«Potremmo crescere di più, ma abbiamo una produzione che non riesce a tenere il passo della domanda. È il prezzo che paghiamo all'ossessione della qualità». L'amministratore delegato di Hermès, Patrick Thomas, ha spiegato così, il 22 marzo, i dati sulle vendite della pelletteria in occasione della presentazione dei risultati 2011, i migliori nella storia della maison di Faubourg-Saint-Honoré. E si è ripetuto pochi giorni fa, a proposito dei dati del primo trimestre 2012.

Se infatti l'anno scorso i ricavi del gruppo sono saliti del 18,3% (e del 17,6% tra gennaio e marzo), quelli del cuoio si sono fermati a un +12% (+13,5%). Nonostante lo sforzo che Hermès ha fatto e sta continuando a fare su questo fronte: sui circa 9.100 dipendenti, ben 3.800 sono gli addetti alla produzione, distribuiti in 33 manifatture su 27 siti, 23 dei quali in Francia (all'estero ci sono gli orologi, in Svizzera, le scarpe John Lobb in Gran Bretagna e due delle quattro concerie, una negli Stati Uniti e una, Michel Rettili, in Italia, a Cuneo); ogni anno il numero degli artigiani cresce di 160-170 unità; nel solo comparto pelletteria sono ormai oltre 2mila, su 10 siti.

Ma non basta, non basta mai. E per alcuni prodotti, in particolare le borse dei modelli più richiesti (Kelly, Birkin) in coccodrillo, l'attesa può tranquillamente arrivare a due o tre anni.
Più veloci di così, però, non si può andare. Per capire perché bisogna andare a visitare un atelier di Hermès, vedere come lavorano i suoi artigiani.
Pantin è un comune di 52mila abitanti della più popolare cintura Nord-Est di Parigi. Hermès vi ha aperto il suo principale atelier (in realtà sono otto, riuniti in un bell'edificio moderno di quattro piani, spazioso e luminoso) vent'anni fa. Ospita circa 300 artigiani (poco lontano altri 130 si occupano solo dei tagli delle pelli), all'80% donne (quando una volta questo mestiere era largamente maschile) e per il 55% sotto i 30 anni.
«In ogni reparto, in ogni atelier – ci spiega durante la visita François Dupuy, 45 anni, da 27 in Hermès, ex artigiano ed ex responsabile della formazione – lavorano al massimo 25 persone, perché non si perda mai l'aspetto umano, relazionale. Due responsabili hanno il compito di seguire la produzione, controllare la qualità e occuparsi della crescita professionale degli artigiani. A ognuno di loro viene affidata all'inizio della settimana la realizzazione di un numero di borse comprese tra una e quattro, a seconda delle ore necessarie per produrla. Che per le versioni standard oscillano mediamente tra le 12 e le 20, anche se borse più complesse possono richiedere fino a 24 ore. Non ci sono lavorazioni in linea, ogni artigiano realizza le sue borse dall'inizio alla fine. Interamente a mano. Anche le cuciture più banali, che vengono effettuate a macchina – ve ne sono due per ogni atelier – vengono finite a mano».

«Abbiamo – prosegue Dupuy – degli accordi con alcuni licei professionali, in particolare quelli della Camera di commercio di Parigi, per far entrare i loro ragazzi nei nostri atelier. Ma la formazione è lunga. Solo dopo cinque anni sono in grado di essere autonomi nella produzione dei modelli più semplici e ne servono dieci per cavarsela da soli con le borsette più complicate».
In particolare quelle in coccodrillo australiano (il più pregiato) lucido. Quelle, come la Lindy, che richiedono le pelli di sei coccodrilli. Prodotti il cui prezzo arriva tranquillamente ai 30mila euro. Per non parlare dei pezzi speciali, affidati ai più esperti. Come le borse con oro e brillanti da 130mila euro. A Pantin ne fanno una ventina al mese, ma ne servirebbero molte di più.

«Il problema – spiega Guillaume de Seynes, 54 anni, responsabile della produzione ed esponente della sesta generazione della famiglia che tutt'ora detiene saldamente il controllo della maison – è anche quello della materia prima. Pur essendo i maggiori acquirenti al mondo di pelli esotiche, è impossibile tenere il passo della domanda. C'è per esempio un'elevatissima richiesta di borse in coccodrillo a colori vivaci. Non tutte le pelli sono adatte e alcuni di questi colori evidenziano i difetti, che magari le clienti non notano neppure ma noi sì. Lo scarto quindi è molto alto».
«Ma certo – aggiunge – l'handicap maggiore è quello delle risorse umane. Che c'è pure nella seta, dove abbiamo cominciato utilizzando dei terzisti prima di portare tutto in casa, però in misura minore visto che la produzione è semi-meccanizzata e la durata della formazione nettamente inferiore. La pelletteria, che abbiamo sempre realizzato noi, a partire dall'atelier di selleria che abbiamo ancora al Faubourg, è un'altra cosa. Serve un formatore ogni quattro o cinque ragazzi e non possiamo permetterci di privarci per mesi, per anni, di troppi artigiani esperti».
Il 2012 si arricchirà comunque di due nuovi atelier. Nel primo - a Montbron, in Charente - ci sono già 30 ragazzi in formazione e altri 20 arriveranno a giugno. Le prime borse dovrebbero uscire a fine 2013 e il laboratorio continuerà a crescere fino a raggiungere, nel giro di sei o sette anni, i 250 artigiani («Il massimo – chiarisce de Seynes – perché conservi una dimensione umana»). Il secondo - a Fitilieu, nell'Isère - ha appena aperto, con una ventina di ragazzi. Tutti artigiani che, lo dicono i numeri, resteranno in Hermès a vita.

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