Fausto Puglisi: «Così creo
la start up del mio marchio prima del debutto
in passerella per Ungaro»

«Sono pronto, prontissimo, direi euforico: ai primi di marzo farò il mio debutto assoluto sulle passerelle con la sfilata Emanuel Ungaro a Parigi. Ma intanto organizzo la start up del mio marchio organizzando la produzione e la distribuzione».
Fausto Puglisi è nella sede del Sole 24 Ore e "fissa" su fogli bianchi A3 parole e disegni con la stessa velocità alla quale, in una manciata di mesi, il marchio eponimo è balzato alla ribalta internazionale, mentre corre in auto da una fabbrica di tessuti di Como a un ricamificio emiliano, fermandosi agli Autogrill a bere litri di caffé per non addormentarsi al volante. Classe 1976, il creatore messinese – «odio il vocabolo stilista» – ha una storia particolare: è diventato famoso prima di avere mai sfilato su una passerella. Come? Grazie ai suoi abiti preziosamente ricamati, ad esempio con piastre a forma di monete dell'Antica Roma realizzate a mano da un orafo siciliano, indossati dalle celebrities di mezzo mondo, in primis Beyoncé. Anche se, per la cronaca, la prima star a sceglierlo fu la compianta Whitney Houston, addirittura per i Grammy Awards 2000: la sua stylist Patti Wilson, uno dei numi tutelari di Puglisi, le fece credere che in appena 3 giorni dal momento in cui vennero prese le misure fosse stato tutto prodotto ad hoc in Italia.

Puglisi, non avrà realizzato il finto made in Italy anche lei?
Per carità! Le mie collezioni sono interamente prodotte in Italia da artigiani specializzati, uomini e donne di bravura superlativa che onorano la causa della bellezza del nostro Paese e mi supportano nel mio obiettivo: far sognare le donne che possono spendere per il lusso assoluto. Donne che vivono con un atteggiamento di festa, principesse e rockstar, ma anche "normali" che risparmiano per andare a lavorare indossando una mia giacca blu doppiopetto perfettamente costruita. Dimenticavo: di qualsiasi taglia.
Un passo indietro: come ha iniziato?
Fin da ragazzino mi era ben chiaro che volevo disegnare e vivere in America: amavo Gianni Versace e mi davo da fare per disegnare e far produrre qualcosa di mio. Ero affascinato dall'edonismo reaganiano, da "Dallas", da "Magnum P.I.", dalle texane habillée e iper cotonate.
Il primo abito?
Una blusa monomanica in seta, tagliata e cucita da una sarta di via del Santo a Messina, un quartiere che all'epoca era malfamato: era bravissima e lavorava anche per il Teatro Greco di Taormina. Nel '95, terminati gli studi, sono partito come un esploratore verso gli Stati Uniti: a New York, grazie a mio cugino chef, ho lavorato tre giorni alla settimana come cameriere al Tribeca Grill di Robert De Niro, ma ero pasticcione e mi hanno spostato al guardaroba: le mance erano buone. Nel frattempo, mi presentavo nei department store per proporre i miei pezzi.
Nel senso che si faceva fissare appuntamenti con i responsabili?
No, entravo da Saks Fifth Avenue e dicevo ai commessi: vorrei vendere i miei vestiti qui. "Not here", mi rispondevano loro. Ma non mi sbeffeggiavano: in America un'opportunità non si nega a nessuno.
C'è riuscito?
Da Saks assolutamente no, ma da Maxfield di Los Angeles, il tempio della moda di Melrose Place, sì. E intanto ho conosciuto Patti Wilson, che lavorava con il grande fotografo David LaChapelle. Lei ha visto una tuta in pelle nera stile gangster, con cappotto e cappello ricamati, e li ha voluti per Whitney Houston: i tempi erano così stretti che era impossibile farli produrre in Italia, come voleva la popstar.
Ma viveva negli States?
Fino al '99 sono andato avanti e indietro. In Italia facevo produrre i capi che vendevo ad alcuni negozi, collaboravo con Patti in un enorme capannone di West Hollywood dove LaChapelle e Steven Klein scattavano foto d'autore: c'era un'energia pazzesca. Eravamo come operai della moda, stavamo sul set dalla mattina alla sera. Dal '99 al 2001 sono rimasto là fisso. Gli attentati alle Torri gemelle mi hanno poi suggerito di rimpatriare, anche se ho fatto un passaggio a Dallas e Los Angeles... A New York c'era una tristezza che assomiglia a quella italiana in questo momento, purtroppo.
A quel punto che cosa ha fatto?
Disegnavo le mie cose, facevo consulenze: una, per un confezionista di Istanbul che lavora per marchi top di gamma europei, è stata affascinante: la città è stupenda e ai tempi dell'Impero ottomano è nata lì la cultura della lavorazione della pelle e della pelliccia.
Poi sono arrivati Domenico Dolce e Stefano Gabbana...
Non dimenticherò mai la loro telefonata il 18 agosto 2010: essere inclusi nello store Spiga2, all'epoca uno italiano da loro individuato come emergente, è stata e continua a essere un'opportunità incredibile dal punto di vista umano e professionale, e ancora oggi il loro supporto è totale: Gabbana ha twittato i suoi auguri alla mia nomina di direttore creativo di Ungaro: ha oltre 330mila followers.
Il grande pubblico, però, l'ha conosciuta con lo "scandalo" dell'abito che svelava la farfallina di Belén a Sanremo 2012.
Definirei indecente il modo in cui i media hanno trattato questo argomento: comunque di quei vestiti ne ho venduti 85, molti come abiti da sposa, ovviamente con uno spacco meno vistoso.
Lei ora, grazie anche al fee di direttore creativo di Ungaro, sta strutturando la start up del suo marchio.
Con il mio socio, Gian Luca Romanò, che ha creduto nel mio progetto fin dall'inizio e senza il quale nulla sarebbe accaduto, stiamo costruendo lo staff: dal braccio destro, Marco Soncin, alle competenze di specialisti come Remo Salvadori, che taglia la pelle come nessun altro, e Graziella Monetti, che a Lodi ricama guardando "Tempesta d'amore".
E la maison Ungaro?
Ero emozionato nella sede di avenue Montaigne: Ungaro è un uomo di cultura e sensibilità straordinarie e dall'archivio ho capito che con Versace ha un denominatore comune nella bellezza e nel colore, che fanno parte del mio Dna. Oltretutto, la maison aveva moltissime clienti in Texas, a Park Avenue e a Bel Air: sono le "mie" consumatrici.
Far parte della Aeffe, un gruppo quotato in Borsa, che effetto le fa?
Il presidente, Massimo Ferretti, è un uomo dotato di grande umanità e un imprenditore con visione internazionale. Lavorando con lui mi sono reso conto delle esigenze aziendali, con step che in precedenza non avevo mai vissuto: tutto è strutturato, il mercato domina le strategie e spesso partecipo alle conference call in inglese con l'altra parte del globo.
Come immagina la Fausto Puglisi fra un paio d'anni?
Sogno un atelier, ma con una visione industriale: tanti laboratori italiani che realizzano a regola d'arte capi bellissimi, da consegnare in eleganti cappelliere con il nome della cliente ricamato. Bisogna tornare all'unicità: del resto, ha visto i dati di vendita della Ferrari?

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