Le 50 quotabili della moda «valgono» 12 miliardi: in testa Dolce&Gabbana

Un look della sflata Dolce&Gabbana per la PE 2013
Un look della sflata Dolce&Gabbana per la PE 2013

Un sistema, quello della moda-abbigliamento, che vale 50 miliardi, con una propensione all'export del 55% e che contribuisce al saldo commerciale dell'Italia per 18 miliardi. «Con questi numeri, quando usciamo dal nostro Paese, non dobbiamo spiegare niente, la nostra è una leadership riconosciuta e invidiata in tutto il mondo.

Un maggiore ricorso alla quotazione potrebbe solo rafforzare questa posizione, perché la Borsa è lo strumento migliore per valorizzare gli intangible di un'azienda, che nel settore della moda sono importantissimi».
È con questa premessa che Luca Peyrano, head of continental Europe primary markets di Borsa Italiana, ha introdotto la ricerca Pambianco sulle 50 aziende quotabili della moda, arrivata al suo settimo anno e che per la prima volta propone una sezione dedicata al settore casa-arredo (si veda anche l'articolo su Casa24, in edicola oggi con Il Sole 24 Ore).
«Se le 65 aziende individuate dallo studio, 50 della moda e 15 del design, si quotassero, si potrebbe ipotizzare una raccolta di 12 miliardi – hanno sottolineato Peyrano e Carlo Pambianco, fondatore dell'omonima società di consulenza –. Questo aumenterebbe la competitività globale dei due settori, perché è ormai chiaro a tutti che la partita si gioca all'estero, sui mercati stranieri maturi e su quelli emergenti. E i competitor delle aziende italiane sono le aziende stranieri e i grandi gruppi del lusso, in particolare francesi, che hanno ingenti risorse finanziarie e in molti casi vogliono continuare a crescere, anche attraverso acquisizioni».

Ai primi due posti delle aziende quotabili ci sono Dolce&Gabbana e Giorgio Armani (ranking uguale a quello del 2011), seguiti da Ermenegildo Zegna (che nello scorso anno era al quinto posto), Calzedonia, Twin Set, Kiko, Max Mara, Diesel-Only the Brave, Loro Piana (che balza dal 13° al 9° posto) e Moncler-Industries. «Le new entry sono otto: Ermanno Scervino, L'Erbolario, Fixdesign, Arav Fashion-Silvian Heach, Bottega Verde, Monnalisa, Antress (Manila Grace–Egò) e Zeis Esxcelsa – ha precisato Carlo Pambianco – e hanno sostituito altrettante aziende. L'anno scorso avevamo inserito Brunello Cucinelli, che nell'aprile di quest'anno ha messo a segno l'Ipo di maggior successo degli ultimi anni insieme, guardacaso, a un'altra azienda del settore, Salvatore Ferragamo, quotata a Milano dal 2011. Inoltre sono uscite Coin, che ha cambiato i tempi del bilancio, non più comparabile, e altre sei aziende che non soddisfano più i criteri che abbiamo messo a punto per definire un'azienda quotabile».

Questi criteri sono il fatturato (superiore ai 50 milioni); la crescita 2008-2011 dei ricavi (superiore al 10%) e l'ebitda medio degli ultimi tre anni (in percentuale superiore all'8%). «Abbiamo però anche tenuto conto di aziende con un incremento modesto del fatturato ma con un ebitda medio superiore al 15% o di aziende con ebitda modesto ma incremento del fatturato superiore al 20%. O ancora, di aziende con crescita di ricavi ed ebitda modeste ma con un marchio molto forte», ha precisato Pambianco.
«Le 65 aziende individuate dalla ricerca rappresentano un campione di società del made in Italy di assoluta eccellenza, che troverebbe largo consenso presso la comunità di investitori internazionali – ha aggiunto Luca Peyrano –. Attraverso la quotazione molte di queste società potrebbero dotarsi delle risorse finanziarie e manageriali necessarie per accelerare la crescita e trasformarsi da campioni domestici in campioni globali. Per una volta, non esiste un rischio Paese legato al nome Italia, ma anzi un premio, come dimostrano le Ipo Salvatore Ferragamo e Brunello Cucinelli».

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