Nella moda i giovani snobbano i mestieri manuali. Ma una magliaia può guadagnare il doppio di un direttore di banca

Tra i molti paradossi della nostra contemporaneità, uno riguarda gli artigiani specializzati. Da una parte c'è la domanda, altissima, anche perché non c'è lusso senza mestieri d'arte e il lusso è l'unico settore passato praticamente indenne attraverso la crisi economico-finanziaria globale innescata nel 2008 dal fallimento Lehman Brothers, e che continua a crescere a due cifre.

Dall'altra parte c'è l'offerta di artigiani, che scarseggia perché mancano le scuole in grado di formarli. Mancano perché negli anni il numero di persone che ambivano a frequentarle è crollato: l'artigiano, in altre parole, ha perso ogni prestigio sociale. Al momento di scegliere un percorso formativo, i giovani scartano a priori, se appena possono, le scuole e gli istituti professionali e chi cerca un primo impiego senza avere alcuna preparazione specifica, preferisce un lavoro sottopagato di commesso, ad esempio, all'inizio di un percorso di formazione all'interno di un laboratorio o di un'azienda che in pochi anni gli darebbe un know how prezioso.

Prezioso anche dal punto di vista economico: basti pensare che oggi una magliaia o una modellista con una decina di anni di esperienza, ad esempio, può guadagnare tra i 3 e i 4mila euro. Quasi il doppio di un direttore di banca e quattro volte tanto una commessa.
Sentiamo sempre dire che l'Italia è il Paese delle piccole e medie imprese, ed è vero. Ma anche l'artigianato ha ancora un peso importante: ad esse – sostiene il ministero per lo Sviluppo economico – è riconducibile il 18% delle esportazioni italiane e il contributo in termini di valore aggiunto sfiora i 150 miliardi, ossia il 12,5% del valore aggiunto nazionale al netto dell'agricoltura. È difficile però disagreggate i dati e capire quante siano le imprese artigiane della filiera del tessile-moda, ma alcuni dati generali rielaborati dall'Istat possono aiutare a farsi un quadro complessivo.

L'artigianato rappresenta una realtà estremamente importante e dinamica nel nostro Paese: si contano, infatti, oltre 1.450.000 imprese artigiane attive (circa il 35% del totale delle imprese italiane extra agricole), in particolare concentrate in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana e Piemonte. L'importanza delle imprese artigiane come fonti di impiego emerge anche dall'analisi fatta dal ministero dello Sviluppo del peso degli occupati dell'artigianato sul totale degli occupati, pari al 15,4% se si prende in esame l'occupazione extra-agricola complessiva. Geograficamente, l'artigianato rispecchia il quadro italiano generale del mondo lavorativo: la quota più consistente di occupati nel comparto artigiano si trova al Nord (30,6% nel Nord-Ovest e 26,2% nel Nord-Est,), seguito da Sud (23,5%) e Centro (19,7%).

Quanto alle dimensioni, nel 95% dei casi le imprese artigiane hanno meno di 10 addetti e l'80% degli artigiani lavora in aziende che hanno meno di 10 addetti (e comunque per legge, in Italia, un'impresa artigiana non può essere definita tale se ha più di 32 addetti). Anche per quanto riguarda l'età e il sesso degli occupati non ci sono grandi sorprese, vista la sotto occupazione giovanile e femminile che caratterizza il nostro Paese: secondo i dati elaborati dalla Cgia di Mestre per uno dei suoi Quaderni di ricerca sull'artigianato, c'è un grave problema di ricambio generazionale. Solo il 5% circa degli artigiani ha meno di 35 anni e la presenza delle donne è inferiore al 20% (anche se è molto probabile che per quanto riguarda il tessile questa percentuale sia più alta). Venendo ai percorsi scolastici, gli istituti d'arte (che tradizionalmente insegnavano i mestieri d'arte) sono equiparati a licei e danno accesso all'università. Ma potrebbero presto confluire negli istituti professionali, che danno anch'essi accesso all'università ma non sono certo, purtroppo, in cima alla scala del prestigio sociale.

In Italia manca inoltre completamente un diploma universitario, una vera e propria laurea in artigianato (che c'è, ad esempio, in Turchia): è un problema, nel Paese dove tutti vogliono o devono essere laureati. Lodevole in questo senso il ruolo svolto della Fondazione Cologni dei mestieri d'arte, nata a Milano per volontà di Franco Cologni, che promuove la nicchia dell'alto e altissimo artigianato, attraverso studi, ricerche, convegni, con particolare attenzione ai giovani: la Fondazione ha creato e finanzia presso l'Università Cattolica di Milano il Centro di ricerca Arti e mestieri. Importante anche il sondaggio commissionato ad AstraRicerche sulla percezione dei mestieri d'arte, da cui è emerso che, per il 70% degli italiani, i mestieri d'arte non hanno alcunché di anacronistico; anzi, per l'alto artigianato d'eccellenza si prospetta un futuro di netta rivalutazione sia in termini di apporto alla ricchezza generata dal Paese sia come sbocco per l'occupazione e opportunità di crescita professionale per le giovani generazioni. Speriamo che il sondaggio sia profetico, perché è innegabile che – come ha scritto Richard Sennett, autore del bellissimo saggio L'uomo artigiano (Feltrinelli) – l'Occidente, e non solo l'Italia, ha una forte difficoltà «nel ricollegare mano e testa, nel riconoscere e nell'incoraggiare l'impulso alla maestria tecnica». Eppure farlo, oggi, significa dare speranze ai giovani e all'intera filiera tessile-moda.

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