Il lusso made in Italy della scarpa artigianale Sergio Rossi

È quasi sempre di gran conforto sentire elogiare l'Italia da chi italiano non è. Specie se si tratta di un francese che conosce a fondo il nostro Paese e che ha molto studiato la nostra cultura e soprattutto la nostra realtà produttiva. «Il successo di Sergio Rossi è legato indissolubilmente all'idea di made in Italy – spiega Christophe Mélard, presidente e ceo del marchio di calzature di lusso –.

Per me però made in Italy non significa solo "prodotto in Italia". O meglio: questa è una condizione necessaria per dire che si tratta di una scarpa di lusso. Ma c'è molto di più: il know how di artigiani calzaturieri come quelli che lavorano per Sergio Rossi viene da molto lontano e porta con sé tutto un mondo, fatto di riferimenti culturali e sociali e che evocano, nel cliente finale, uno stile di vita. Mi piacerebbe davvero che tutte le persone che comprano un prodotto Sergio Rossi percepissero la passione e la maestria necessaria per realizzarlo».

Nato a San Mauro Pascoli negli anni 50, il marchio Sergio Rossi nel 1999 è stato acquistato dall'allora Gucci Group e Mélard, ex cfo Ysl Beauté, lo guida dal 2009. «Conosco e apprezzo l'Italia da molti anni, ma sono rimasto veramente colpito dal mondo della calzatura artigianale di lusso: a breve vorrei organizzare in modo regolare per i nostri clienti più importanti visite guidate in fabbrica – spiega Mélard –. Ci vogliono quasi 200 passaggi manuali per completare i modelli più sofisticati e non so davvero quante persone se ne rendano conto. Noi continueremo a investire in formazione, per essere sicuri che questo prezioso know how non vada mai perduto».

Negli ultimi quattro anni Mélard ha lavorato su molti fronti e i frutti si vedono: si stima che nel 2000 il fatturato di Sergio Rossi fosse di circa 22 milioni di euro. La holding Ppr (che dal 18 giugno cambierà ufficialmente nome in Kering) non rende noti i dati dei singoli brand, eccezion fatta per Gucci, Bottega Veneta e Yves Saint Laurent. Gli analisti di Exane Bnp-Paribas tuttavia stimano che nel 2012 i ricavi siano arrivati a 80 milioni e che il conto economico sia in sostanziale pareggio. «In questi anni abbiamo lavorato molto bene con il direttore creativo Francesco Russo, che era entrato in Sergio Rossi nel 2008, ma è venuto il momento di voltare pagina – spiega Mélard –. Francesco ha lasciato l'azienda per lanciare un suo marchio e gli auguriamo ogni fortuna. Abbiamo riorganizzato l'ufficio stile attorno alla figura di Angelo Ruggeri, arrivato da poche settimane, che lavorerà a stretto contatto con Susanna Nicoletti, chief marketing officer. Non mi stancherò mai di dire che dobbiamo sempre pensare alla nostra cliente, alle sue esigenze, ai suoi sogni e al valore che da sempre viene associato al nome Sergio Rossi, sinonimo di scarpe dai tacchi vertiginosi, più simili a opere d'arte che a semplici oggetti di seduzione.»

Un altro punto della strategia di Mélard è il retail: oggi i negozi a gestione diretta sono 54, ai quali si aggiungono 30 boutique in franchising. «Nel 2010 abbiamo messo a punto un nuovo concept per i negozi, ancora più raffinato di quello precedente, e lo abbiamo già esteso al 70% della rete. Nel 2011 inoltre abbiamo effettuato il buy back dei nove monomarca cinesi e abbiamo subito visto un aumento delle vendite, anche a Hong Kong, dove abbiamo appena aperto ad Harbour City. I clienti cinesi ovviamente comprano molto nei nostri negozi europei e lo stesso vale per i russi. In Italia siamo presenti a Milano, Roma e Firenze e in una serie di multimarca, tutti di altissimo livello, un tipo di negozi che esiste solo in Italia». Sergio Rossi resterà sempre un marchio di calzature da donna di lusso, ma continuerà a produrre anche una mini collezione di scarpe da uomo.

«Per ora non pensiamo a licenze, l'unico prodotto complementare sono le borse, pensate però a partire dallo stile delle calzature – conclude Mélard –. Si tratta di borse sofisticate e preziose, ma con una loro praticità. I più recenti modelli da sera, ad esempio, sono più capienti di una semplice pochette, che spesso non è sufficiente per contenere tutto ciò di cui una donna indipendente ha bisogno».

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