Gucci non si arrende e fa appello contro Guess

Un confronto in tribunale tra un marchio storico del made in Italy, Gucci, e un brand simbolo del casualwear americano, Guess. Una prima sentenza esemplare e alla quale Guess ha deciso di non fare appello, quella emessa da un tribunale di New York alla fine del 2012, che ha comportato un indennizzo di 4,6 milioni di dollari a favore di Gucci e un'ingiunzione permanente per Guess a non imitare i marchi Gucci. Infine, un'altra sentenza, arrivata a sorpresa il 4 maggio dal tribunale di Milano, che ha invece rigettato le richieste fatte da Gucci per tutelare i suoi marchi sul mercato italiano, richieste identiche a quelle accolte dal tribunale americano.

Ora Gucci ha deciso di fare appello contro la sentenza italiana, che ha escluso la contraffazione «a causa di differenze formali dei marchi Guess rispetto a quelli di Gucci». L'azienda toscana (nata a Firenze nel 1921) chiede «l'integrale accoglimento delle sue domande di contraffazione di marchio e di concorrenza sleale e parassitaria contro la Guess».
La vicenda spicca tra le molte cause di contraffazione, violazione e usurpazione dei marchi che affollano tribunali civili e penali di numerosi Paesi (la stessa Gucci ha fatto causa a Guess anche in Francia e in Cina e le sentenze sono attese dopo l'estate).

L'azienda fiorentina è decisa ad andare fino in fondo, anche se questo comporterà ulteriori investimenti e attese, visti i tempi della giustizia italiana. I mezzi comunque non mancano a Gucci: l'azienda è oggi di proprietà del colosso francese Kering, ma conserva un Dna italiano al 100% e si considera – giustamente – custode dei valori del made in Italy. Kering (ex Ppr) si è infatti impegnata fin dall'inizio a mantenere la parte creativa di Gucci in Italia e a potenziare quella produttiva, con un patto di filiera nella pelletteria che ha fatto scuola (si veda Il Sole 24 Ore del 23 aprile).

La guerra legale tra Gucci e Guess assume quindi un significato particolare, come sottolinea Armando Branchini, vicepresidente di Altagamma, l'associazione che riunisce le eccellenze italiane di ogni settore, dalla moda all'hotellerie, dall'enogastronomia al design. «La sentenza di Milano ci ha molto sorpresi e speriamo venga ribaltata in appello, perché non vogliamo che si crei un precedente che metta a rischio la lotta alla contraffazione che da sempre portiamo avanti a fianco delle aziende».

I dati elaborati da Altagamma dimostrano quanti danni occulti provochi la contraffazione e ogni forma di violazione della proprietà intellettuale: «L'industria del lusso è strategica per l'Europa. In questi giorni si svolge in Irlanda il G8 con un focus sui dati allarmanti che riguardano la disoccupazione giovanile. Ebbene, le imprese del nostro settore si sono mosse in controtendenza – sottolinea Branchini –. Nel 2010 davano lavoro in modo diretto a un milione di persone e in modo indiretto ad altre 600mila. Nel 2012 il primo dato è arrivato a 1.180.000 e il secondo a 660mila.

Ma la contraffazione è una minaccia concreta: se riuscissimo a eliminarla, insieme ad altre barriere non tariffarie che ostacolano una sana e onesta competizione, la produzione e l'occupazione generata dalle imprese dell'alto di gamma salirebbe del 35 per cento».
Sull'esemplarità della guerra ingaggiata da Gucci era intervenuto anche il ceo Patrizio Di Marco, che aveva accolto la sentenza di New York come «un forte deterrente nei confronti di tutti quelli che tentano di sfruttare illegalmente la proprietà intellettuale».

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