Milano resta la capitale della moda uomo. Ma Parigi e Londra la assediano

Illustrazione di Antonello Silverini
Illustrazione di Antonello Silverini

Oggi Firenze passa il testimone della moda uomo a Milano: si chiude Pitti 84 e domani iniziano le sfilate e presentazioni milanesi, che dureranno fino a martedì e saranno un piccolo grande test per la nuova Camera della moda, insediatasi il 14 maggio scorso, dopo aver riconfermato Mario Boselli presidente, al quale si sono affiancati Patrizio Bertelli come vicepresidente vicario e tre vicepresidenti: Diego Della Valle, Angela Missoni e Gildo Zegna. Un segnale – sperano in molti – di svolta nella gestione della Camera e soprattutto delle sfilate, che negli ultimi anni hanno fatto notizia anche per polemiche tra stilisti e scarsa capacità di interagire con la città, a differenza di quanto riesce a fare la Design week (che però si svolge una solo all'anno, mentre la moda va in scena quattro volte). Complice la crisi, certo, che ha tagliato i budget delle aziende e quello del Comune, ma complice soprattutto la cronica incapacità italiana di fare sistema.

Non è un caso che una delle prime mosse concrete di Patrizio Bertelli, presidente e amministratore delegato di Prada, sia stata una lettera ai ristoranti e bar del centro di Milano in cui li si invita a restare aperti, durante i giorni delle sfilate, di domenica e lunedì. Tra poche ore vedremo se l'invito di Bertelli è stato accolto.

Le sfilate iniziano peraltro in un clima di cauto ottimismo, dal punto di vista degli operatori: le stime diffuse da Sistema moda Italia lunedì, alla vigilia di Pitti, parlano di un fatturato 2012 della moda uomo italiana in crescita dell'1,6% a 8,575 miliardi di euro, trainato dall'export (+3,8% a 5,053 miliardi). E, se per la donna Milano ha sempre dovuto confrontarsi con Parigi, per l'uomo ha una leadership consolidata. Da tre stagioni però si è fatta più agguerrita la concorrenza di Londra, che si è inventata una quattro giorni di sfilate e presentazioni parzialmente sovrapposta con Pitti, in barba a qualsiasi gentlemen's agreement in vigore fino al 2011. Anche a Londra, infatti, c'è stata una svolta: al vertice del British Fashion Council è stata eletta Nathalie Massenet, fondatrice di Net-a-porter.com, che non ha timori riverenziali nei confronti di alcuno e in pochi mesi ha coinvolto in prima persona il premier David Cameron e la moglie Samantha nel rilancio del sistema moda britannico.

Per ora, sulla leadership di Milano non si discute: è qui che vengono i più importanti buyer internazionali per comprare. Ma c'è il rischio che vadano altrove per farsi venire idee, per divertirsi e per fare scouting di nuovi stilisti. Il titolo di un recente articolo di Business of Fashion (BoF), forse il più autorevole magazine online di moda, fotografa perfettamente la situazione: "London Collections: Men. If You Build It, They Will Come. But Will They Buy?" (che potremmo liberamente tradurre in "Se allestisci un bello spettacolo, la gente verrà. Ma poi comprerà?"). Il punto è proprio questo, come del resto ha dichiarato al sito BoF Dylan Jones, direttore di GQ-Uk e presidente di London Collections: Men: le sfilate di Londra, dal punto di vista del business, sono solo all'inizio di un percorso e il successo «non arriverà da un giorno con l'altro». Milano non dorma sugli allori, però.

Se si prendono solo le prime dodici aziende che sfileranno da domani a martedì – senza considerare alcuni big che optano da anni per le presentazioni statiche, come il gruppo Tod's – si arriva a un fatturato di 15,594 miliardi. Il campione elaborato per Moda24 da Pambianco Strategie d'impresa è composto da Gucci (3.639 milioni di ricavi nel 2012, +15,8% sul 2011), Prada (primo gruppo di proprietà italiana, con in fatturato di 3.297 milioni e una crescita record del 29%), Giorgio Armani (2.091 milioni, +15,9%), Only the Brave (1.508 milioni, +10,1%), Ermenegildo Zegna (1.261 milioni, 11,9%), Salvatore Ferragamo (1.153 milioni, +16,9%), Bottega Veneta (945 milioni, +38,5%), Moncler Group (624 milioni, +21,5%), Versace (409 milioni, +20,1%), Etro (320 milioni, +6,7%), Canali (211 milioni, +14,1%) e Corneliani (137 milioni, +1,3%). Il confronto rispetto al fatturato complessivo 2011 di queste dodici aziende è confortante per l'intero settore: l'aumento è stato del 18,7% e segue quello del 17,7% registrato nel 2011 rispetto al 2010.

Anche a Parigi, certo, ci sono alcuni big (e tra i nomi italiani spicca Valentino, che da sempre, sia per la donna sia per l'uomo, ha scelto le passerelle francesi), da Dior a Hermès, da Louis Vuitton a Kenzo, ma molti sono anche i nomi sconosciuti al di fuori di una ristretta cerchia di addetta ai lavori. Alzi la mano chi ha familiarità con i marchi Wooyoungmi, Gustavolins, Songzio, solo per citare i nomi più bizzarri. È anche vero però che gli sconosciuti di oggi potrebbero essere i big di domani. E qui torniamo a uno dei nodi che la Camera della moda dovrà affrontare, quello della visibilità dei giovani talenti che si ostinano a sfilare a Milano. Esemplare in questo senso la scelta di Armani, che da questa tornata offrirà il suo spazio a uno stilista emergente. Se altri seguiranno l'esempio di Re Giorgio o si faranno promotori di iniziative simili, Milano avrà una carta in più da giocare per bloccare sul nascere le ambizioni di Londra.

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