Il boom di Pinterest traina l's-commerce: compra il 59% degli utenti, contro il 33% di Facebook. Spendendo il doppio

Con appena due anni di vita, tassi di espansione a quattro cifre, un valore stimato a marzo in 1,5 miliardi di dollari, almeno dall'inizio di questo 2012 il sito di photo sharing Pinterest è stato eletto il fenomeno del mondo social: limitandosi ai dati relativi agli Stati Uniti, finora i più organici e dettagliati, la società comScore ha registrato un aumento del 4377% del numero di utenti fra maggio 2011 e maggio 2012 e un numero di utenti unici pari a 11,7 milioni a febbraio, cifra che lo rende uno dei siti a più veloce crescita della storia del web. Ad amarlo sono soprattutto le donne ad alto reddito e i giovani «millennials», che cliccano foto di accessori, cibo, interni e abbigliamento.

Tutte caratteristiche, insomma, che rendono Pinterest anche una sorta di isola del tesoro per il cosiddetto «social commerce»: il suo successo passa dal fatto che su Pinterest si "pinnano" immagini di prodotti che possono essere acquistati semplicemente cliccando il link sottostante che rimanda all'e-store del brand. Senza intermediazioni, senza il flusso a volte ridondante di informazioni e commenti che caratterizza altri spazi social, Pinterest si sta definendo sempre di più come una vetrina immediata, leggera e dunque user-friendly per il s-commerce.

Steelhouse, società californiana specializzata nel settore, nel recente report "Social Shopping 2012" ha pubblicato le percentuali che lo dimostrano: il 59% degli utenti Pinterest ha comprato un prodotto visto su una "board" (cioè la cartella che aggrega le immagini per tema) rispetto al 33% di utenti Facebook, che lo acquista dopo averlo visto postato sulla bacheca di un amico. E in genere, il 79% degli utenti Pinterest sono più propensi a comprare prodotti visti su quel social network rispetto a quelli di Facebook. A fare eco a Steelhouse ecco le statistiche, anche queste feschissime, di Shopify, società che fornisce soluzioni per l'e-commerce e che ha condotto una ricerca sui 25mila e-store con i quali lavora: dove, nei sei mesi fra ottobre 2011 e aprile 2012, gli ordini generati da Pinterest sono quadruplicati, raggiungendo quelli provenienti dal più anziano e diffuso Twitter. Non solo: l'ammontare medio di tali acquisti, inoltre, è di 80 dollari, vale a dire circa il doppio della media degli utenti Facebook. Ancora: su Boticca.com, portale che vende gioielli e abiti creati da 260 designer indipendenti di 40 Paesi, gli utenti Pinterest spendono in media 180 dollari, rispetto agli 85 degli utenti Facebook.

Serve altro a sancire le potenzialità del commercio per immagini? Eppure, se per molti brand il social commerce è ancora una terra da esplorare, figuriamoci se appliato all'esotico Pinterest. Tanto che la maggior parte dei marchi di moda hanno sì aperto i loro profili Pinterest, ma più per poter dire di esserci che per sfruttarne le meraviglie. Sbaglia, per esempio, chi continua a usare Pinterest come una mera vetrina per pubblicizzare (e vendere) i suoi prodotti e far apprezzare l'ultima campagna pubblicitaria d'autore, ma è sulla retta via, al contrario, chi usa le immagini per vendere sì, ma passando da quella «costruzione del lifestyle» che gli esperti dell'American Express, per esempio, considerano la base del successo su quel social network. Un consiglio recepito in fretta da Michael Kors (fra le sue 25 board ce n'è una con le foto dei suoi viaggi e un'altra con i suoi piatti preferiti), Gucci (che propone un viaggio in Italia con immagini di città e panorami mozzafiato), Burberry che presenta una Londra nascosta e Macy's che «nasconde» le proposte d'acquisto dietro 32 board ispirate ognuna a una «magia».

E se Oscar de la Renta ad aprile ha pinnato «live» la sua sfilata di abiti da sposa (ahimè, lo shopping in tempo reale non era contemplato), Uniqlo raccoglie la palma del marchio più pioneristico, visto che a fine giugno, per presentare la nuova linea di t-shirt Dry Mesh, ha addirittura animato il suo account Pinterest pinnando in contemporanea 100 immagini, capaci di dar vita a un mosaico in movimento. «Abbiamo voluto destare gli utenti dal sonnolento fare su e giù fra le immagini», ha comunicato l'azienda. Forse, anche i social media manager degli altri marchi.

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