Adrian Cheng: «I gioielli Chow Tai Fook pronti a sbarcare in Europa»

Per diventare leader nella Greater China, in qualsiasi settore, bisogna avere la dimensione di un colosso. Non potrebbe essere altrimenti, in una nazione popolata da un miliardo e mezzo di persone, metà delle quali vivono nelle centinaia di città da decine di milioni di abitanti sparse per il Paese. Piccole metropoli dove l'aumento della disponibilità economica si misura in mesi, non anni. Chow Tai Fook è il numero uno nella gioielleria in Cina, Hong Kong, Macao e Singapore e ora guarda all'Europa, come spiega Adrian Cheng, 32 anni, entrato nel 2007 nel gruppo fondato dal suo bisnonno, anche se è il nonno, l'86enne Cheng Yu-Tung, ad aver impostato la crescita del gruppo.

Considerato da Forbes il quarto uomo più ricco di Hong Kong, con una fortuna personale stimata in 16 miliardi di dollari, Cheng Yu-Tung ha costruito, con l'aiuto del figlio Henry Cheng, padre di Adrian, un gruppo da 1.700 punti vendita in Asia e copre 320 delle più grandi città cinesi. «Vogliamo arrivare a 600 negozi nelle metropoli entro il 2016, anche perché recenti stime governative hanno quantificato in 712 le città in cui vale la pena essere presenti se si ha un'attività commerciale di un qualche rilievo», spiega Adrian Cheng in un inglese quasi privo di inflessioni, grazie anche alla sua istruzione cosmopolita: nel suo curriculum c'è un master ad Harvard e un apprendistato come investment banker alla Ubs e poi alla Goldman Sachs. Adora l'Italia, dove ha appena trascorso un lungo periodo, dividendosi tra svago e lavoro.

«Siamo l'unico gruppo cinese a essere guidato dalla stessa famiglia da quattro generazioni – racconta Cheng – e abbiamo interessi estremamente diversificati. Il principale è la gioielleria: il nostro marchio ha lo stesso livello di notorietà di Cartier o Tiffany. Però siamo presenti anche nell'immobiliare e in molte altre attività, grazie alla lungimiranza di mio nonno». Chow Tai Fook – il Tiffany dell'Asia, come viene chiamato in Usa – ha chiuso l'anno fiscale terminato il 31 marzo con ricavi per 4,5 miliardi di dollari Usa e un utile netto di quasi mezzo miliardo; il primo monomarca aprì a Hong Kong nel 1939 mentre il primo negozio nella Cina continentale è del 1998.

«Non siamo una semplice catena di gioielleria, puntiamo da sempre all'integrazione verticale – spiega Cheng –. Il nostro gruppo possiede tre aziende specializzate in taglio e lucidatura dei diamanti e nove fabbriche di gioielli in Cina, Sudafrica e a Hong Kong. Queste dodici fabbriche e il team interno di designer danno lavoro a circa 6mila persone, alle quali bisogna aggiungere tutto il personale del negozi. Questa struttura ci permette di offrire una gamma amplissima di prodotti: il segmento del lusso accessibile per noi comprende gioielli con un prezzo tra i 250 e i 13mila dollari. Poi c'è l'alta gioielleria, un settore in fortissima crescita, di pari passo con il numero di milionari e miliardari cinesi. La maggior parte delle vendite nei nostri circa 1.700 punti vendita è fatta dai gioielli, il 50% dei quali in oro, l'altra metà da pietre rare come la giada o le perle non coltivate. Poi c'è l'alta orologeria, che sta andando molto bene e già oggi assorbe il 10-15% degli acquisti».
Adrian Cheng ha una chiara passione per i gioielli e un'altrettanto grande ammirazione per il modello di business creato da padre e nonno, ma per il futuro ha un progetto nato dal suo amore per l'arte e il design: «Ho creato un muovo tipo di department store, si chiama K11: il primo l'ho aperto a Hong Kong, è un luogo estremamente lussuoso e rarefatto, dove gli spazi sono grandi e i prodotto esposti pochi, solo abbigliamento e accessori di estremo lusso e opere d'arte e di design. L'ho pensato per la Cina, dove i clienti con alte disponibilità stanno diventando sempre più esigenti in termini di servizio, oltre che di prodotto. Però, perché no, potrei aprire dei K11 anche in Europa o negli Stati Uniti: nel nostro Paese comunque l'obiettivo è di arrivare a undici K11 in cinque anni». Cheng ama molto anche la moda e dopo il suo ingresso nel gruppo di famiglia ha creato la Luxba, che già distribuisce molti marchi occidentali in Cina, due dei quali sono italiani, Moschino e Red Valentino. «A Milano ho preso molti contatti e conto di annunciare presto nuove partnership» conclude Cheng.
Italiani – ed europei – siete avvertiti: questo giovane e ricchissimo imprenditore venuto da lontano sembra poco più che un ragazzino pieno di gioia di vivere ed entusiasmo. In realtà ci guarda dalle spalle di un gigante. E lo fa con un pizzico di cupidigia.

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