L'eleganza innata di Nino Cerruti (e le sue conquiste, da Coco Chanel a Pretty Woman)

«La nostra visione è riassunta nel motto natural born elegance. Non una formula, ma la filosofia che coltiviamo e trasmettiamo attraverso i nostri tessuti, la qualità e la ricerca costante che li caratterizzano. Amiamo tutto ciò che è nuovo, ma che ha un buon senso». A parlare, con una limpidezza di visione che è il contrario dell'arroganza tronfia dei troppi manager infiltratisi da chissà dove nell'industria della moda, è Nino Cerruti, presidente del Lanificio F.lli Cerruti, uomo d'eleganza innata. Una leggenda vivente, poco incline al compiacimento, che alle teorie preferisce i fatti. «Solo da tessuti eccellenti può nascere una moda eccellente. Quando progettiamo i nostri prodotti, prestiamo attenzione a ogni fase della lavorazione, combinando sapere, tecnologia e stile. È tra i due poli della tradizione e dell'innovazione che si muove la nostra attività».

IL TUNNEL TRA VECCHIO E NUOVO
Moda24 incontra il signor Nino, come viene affettuosamente chiamato dal suo entourage, a Biella, nella sede storica del lanificio. Avviato da Antonio e Quintino Cerruti nel 1881, è il più antico esistente in Italia. Due corpi di fabbrica: un edificio di muratura, risalente alla fine del '700, punteggiato da grandi finestre, e sul retro lo stabilimento moderno; a collegarli, un tunnel sospeso di vetro. Il progetto di ristrutturazione è di Vico Magistretti, grande amico di Cerruti: l'ultimo realizzato prima della scomparsa nel 2006. «La nostra, con i suoi quattrocento dipendenti, è rimasta l'unica azienda ancora operante all'interno delle mura della città – racconta Cerruti –. In Italia tutto il settore del tessile, è vero, ha subito una grossa riduzione negli ultimi anni, però l'industria laniera è quella che ha resistito meglio. Cerruti è un caso particolare: tra le aziende tessili per l'abbigliamento, è la sola, insieme a Loro Piana e Ermenegildo Zegna, percepita come un marchio. In tutti e tre i casi, il brand è stato consolidato attraverso la realizzazione di collezioni di abbigliamento, anche se per me si è trattato solo di una lunga parentesi».

Il signor Nino parla di «escursione» nella moda, di parentesi, ma è quanto meno riduttivo. Dal 1967, quando si trasferì a Parigi aprendo una mitica boutique in place de la Madelaine (progetto di Magistretti) nella quale le collezioni uomo e quelle donna stavano pioneristicamente fianco a fianco - lo stesso avveniva in passerella - al 2001, quando ha ceduto il marchio per concentrarsi sul lanificio, Nino Cerruti è stato un innovatore. La sua influenza perdura: «La moda è stata per noi, inizialmente, una strategia di comunicazione. Fino agli anni Sessanta, la gran parte della nostra produzione era destinata ai sarti, che hanno avuto un ruolo fondamentale di "propagandisti" della qualità e dei valori del tessuto. Poi le cose sono cambiate, e la confezione ha assunto il timone: metterci le mani è stato utile. Mi sono molto divertito a creare le mie collezioni, ma quando ho capito che il volume degli affari rischiava di sfuggirmi di mano ho preferito ritirarmi».

DA COCO CHANEL A PRETTY WOMAN
Il signor Nino ha troppa classe per vantarsi delle proprie conquiste. Le ricordiamo noi, perché la cronologia ha un senso, anche nel mondo della moda dove la storia si riscrive ad personam: l'abito soft da uomo, quello maschile da donna, la discrezione metropolitana, sul finire degli anni Sessanta, li ha inventati lui. Ricorda, divertito: «Tra le mie clienti affezionate c'era l'incontentabile Coco Chanel, che amava i pantaloni. Solo un uomo, secondo lei, poteva creare pantaloni perfetti, e i miei le stavano benissimo». Per la cronaca, anche i costumi di molti film che hanno segnato l'immaginario collettivo sono firmati Nino Cerruti: Wall Street, Pretty Woman, Il silenzio degli innocenti.
Star, sportivi e amici famosi a parte, Nino Cerruti è stato il miglior portavoce della propria moda, naturale ed elegante come il motto del lanificio. Le foto d'archivio ritraggono un flaneur di sprezzatura sottile. Oggi, è un distinto ottantenne dal garbo che conquista, considerata l'arroganza media modaiola. Il giorno dell'intervista porta una giacca di seersucker nero su una camicia azzurra e pantaloni grigi dai quali baluginano calze verde intenso, a suggerire che dietro il morbido aplomb sta una mente poco incline al luogo comune. «Indosso ancora abiti che ho disegnato io stesso – racconta –. Ho una conformazione fisica peculiare, e mi è difficilissimo trovare qualcosa che mi stia bene. I miei fantastici sarti mettono a posto tutto, e sono contento così». Dunque non gli piace nulla della moda contemporanea? «No, mi piacciono molte cose. Trovo che Armani, quando fa quel che davvero gli riesce bene, sia eccellente. Amo Prada, Marni, Céline, Bottega Veneta, Alber Elbaz. Il problema è che oggi per l'ansia di piacere alla stampa molti designer percorrono strade discutibili, di puro teatro. Trovo al contrario che comfort e naturalezza siano essenziali. L'abbigliamento è la nostra seconda pelle, e dovrebbe essere in armonia con il corpo, oltre che bello e di qualità: non ho mai creduto nel brutto artistico».

IL MADE IN ITALY E LA CRISI
E il concetto e il valore di made in Italy come stanno? «Purtroppo di questa formula si fa sovente un uso mercantile e discutibile. C'è una grossa differenza tra made in Italy e fatto in Italia. Ciò che ha creato il fenomeno del made in Italy è stata, nel dopoguerra, l'ammirazione degli americani per il nostro stile di vita e la nostra artigianalità, che poi qualcuno è riuscito con grande sapienza a industrializzare. Oggi made in Italy è diventato a volte un'etichetta di comodo, che viene applicata a prodotti che con la nostra cultura hanno ben poco a che fare, e che magari vengono realizzati altrove. Per fame di profitto s'è data una pesante mano di vernice commerciale, che rischia di snaturare tutto».
Del made in Italy il Lanificio Cerruti, il cui ciclo integrato di produzione si svolge tutto a Biella, è invece ancora espressione orgogliosa. «La crisi è innegabile. I nostri strumenti per combatterla sono l'innovazione tecnologica, la proposta di prodotti al passo con i tempi, l'attenzione all'ambiente. La situazione in ogni caso è favorevole per una azienda come la nostra: i mercati dei Paesi emergenti privilegiano i marchi conosciuti e le griffe, anche tra i semilavorati, e questo ci avvantaggia. Però, non bisogna mai perdere un colpo». Al passo con i tempi Nino Cerruti lo continua a essere, dai tessuti che crea ai progetti di comunicazione che inventa con il figlio Julian, fino alle incursioni in territori altri - l'arredamento di nicchia, ad esempio, con il marchio Cerruti Baleri. È però all'azienda che dedica tutto se stesso. Si congeda, a proposito, per incontrare un cliente, mentre lo staff ci accompagna a visitare gli impeccabili stabilimenti. Durante il giro, nell'angolo di un capannone, ci viene mostrato un banchetto, sgarrupato e liso, sul quale il signor Nino pare sia solito passare al vaglio i tessuti che portano il suo marchio. Un'abile trovata di comunicazione? Niente affatto. Poco dopo, quando lo salutiamo, il signor Nino è proprio lì che lavora.

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