Unisex 2013, voglia di parità dei sessi in guardaroba

La parità dei sessi in guardaroba è una delle utopie ricorrenti della moda. Emerge con forza nei periodi di forte cambiamento, a partire almeno dalla Belle Epoque, quando Sarah Bernhardt scandalizza i benpensanti indossando pantaloni maschili, per non parlare, poco dopo, delle brache marinare lanciate da Coco Chanel. I tardi anni Sessanta, e poi i Settanta, ne sono stati l'apogeo.

Nel 1970, giusto all'inizio di una decade turbolenta, iniziata con il vetriolo e le molotov, finita con il punk e la disco, Rudi Gernreich, austriaco trapiantato sulla West Coast americana, uno dei designer più inventivi e radicali del secondo dopoguerra - suoi il topless e il monokini, come l'immaginifica collaborazione con la modella Peggy Moffitt - dichiara «In futuro gli abiti non saranno più identificati come maschili o femminili.

L'estetica della moda coinvolgerà la rappresentazione del corpo». Per illustrare il rivoluzionario assunto, sceglie due modelli, Renee Holt e Tom Broom, che paiono cloni uno dell'altra: lui e lei con i capelli rasati, senza sopracciglia, vestiti dei medesimi abiti - costumi due pezzi, minigonne, cappotti bizantini, tute spaziali di maglia e vinile - senza sembrar pagliacci. Da lì in poi, l'unisex prende piede, in versione contestazione: jeans, salopette, una estetica orgogliosamente proletaria. All'estremo opposto, negli stessi anni, c'è però Nino Cerruti, che nella boutique parigina di Place de la Madeleine propone abiti sartoriali pressoché identici per uomo e per donna.

Definirli unisex è forse una forzatura, ma la ricerca di egalitarismo vestimentario, che è anche riconoscimento del ruolo nuovo della donna nella società, punta di certo in quella direzione. Giorgio Armani ne farà tesoro, perfezionando il tailleur pantaloni fino a riscrivere la grammatica del vestire contemporaneo. Il resto è storia.

Fastforward al 2013: spinte radicali squassano ancora una volta le lande modaiole dopo anni di neobarocco e bling-bling. L'unisex riguadagna la ribalta, in una versione asciutta ed efficientista: è la rottura del non-sesso di Gernereich che incontra l'intuizione sartoriale di Cerruti. La nuova parità non contempla la gonna da uomo, infatti, semmai una uniforme efficiente e assoluta che può funzionare per lui come per lei. Il risultato, al meglio, ha la secchezza di un esperimento in vitro. Rimanda ad atmosfere di laboratorio la collezione maschile di Miuccia Prada, presentata in passerella indosso a uomini d'ogni età e giovani donne, ripetitiva fino all'ossessione, di una eleganza clinica, androgina, scattante. La sola concessione al decoro, qui, sono le pieghe della stiratura e le bande a contrasto: come dire, azzera e riparti, senza andar troppo per il sottile; tutto il resto è cancellato.

A Londra, la brasiliana Paula Gerbase, dopo anni di lavoro a Savile Row - esperienza alquanto unica la sua, da donna nel tempio del tailoring tradizionale - crea 1205: un guardaroba sartoriale di giacche, camicie, pantaloni dalla linea impeccabile, adatti indifferentemente ai due sessi. «Quel che faccio - spiega - non è altro che capovolgere idee preconcette su tessuti e linee: uso costruzioni leggere su abiti maschili, creo silhouette scultoree usando il jersey. La tensione tra formale e casual, sartoriale e rilassato è quel che mi interessa».

È dirompente ma impalpabile l'unisex di Umit Benan, che rimane un designer di moda maschile pur dedicando la propria collezione a una ex fidanzata che amava indossare solo abiti da uomo. I once loved a woman who loves menswear è il titolo che spiega tutto. Il risultato è una celebrazione di individualità e indipendenza, nella quale è il modo di portar le cose a mutare: l'uomo di Umit Benan ama le donne al punto di carpirne la sensibilità per essere mascolino in una maniera morbida e rilassata.

Ecco, l'unisex del 2013, più che di parità, parla forse, meglio, di sensibilità che si fondono. È più volatile che in passato, meno apparente e per questo, di certo, più pervasivo. Intanto, altrove, la genetica predice, per il futuro remoto, il genere unico. Ma questa, davvero, è ancora fantascienza.

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