Il nuovo realismo di Prada, da Fendi tripudio di pellicce, cappotti avvolgenti da Max Mara

Nel 1968 Guy Debord aveva preconizzato la società dello spettacolo. Previsione visionaria e icastica: altro modo per definire il presente, quaranta e rotti anni dopo, proprio non c'è. In questo clima di spettacolarizzazione totale, anche ciò che è normale diventa speciale, e la moda, specchio infallibile del tempo, registra, distorce e restituisce.

«Ho immaginato una collezione umana e reale», dice Miuccia Prada poco prima di uno show, giusto a proposito di contraddizioni contemporanee, dal tono filmico, ambientato in una fantasia noir-brutalista di casa sviscerata, decostruita e resa per cenni e segni – una tenda, un'arcata proiettata, un gioco d'ombre. «Ogni look - prosegue - è un carattere, un personaggio. Sono tornata a quei contrasti che mi appassionavano quando ho cominciato». La storia nouveau realisme che Prada racconta è, infatti, quel cui la signora ci ha da tempo abituati: l'elogio della perfetta imperfezione, della congiunzione balzana realizzata usando in modo perverso l'iconografia del perbenismo. Ecco che allora le gonne si muovono in godet sbilenchi, mentre sul cappotto brulicano quadretti da camicia; la cintura oro va sulla maglia e i piedi finiscono in scarponcini rozzi; ancora, capelli bagnati e gambe nude.

Ovvero, classico Prada, con un accento sul ruvido che seduce. La lady écorché è servita. Mentre le sfilate si confermano evento pensato quasi solo per il pubblico famelico dei media - in questi giorni a Milano i buyer nei parterre sono pochi, in genere solo i più importanti - le passerelle, esteticamente, glorificano il quotidiano. Max Mara guida risolutamente il movimento. Che novità, dirà qualcuno: concretezza e pragmatismo sono l'essenza stessa del marchio. Il fatto è che a questo giro si insinua una nonchalance nuova, che spariglia le carte. I grandi cappotti avvolgenti, i pantaloni e le maglie dalle proporzioni irreprensibili sono indossati in maniera un po' casuale, ignorando regole e protocolli, che fa pensare al sabato mattina, quando si va a far spese ma di mettersi in ghingheri non c'è bisogno. Lo scarto è nel rendere questo stato condizione permanente, con tanto di sneaker deluxe ai piedi.

Da Les Copains è una quotidianità di ben altra natura: eccentrica e bohèmienne, da esiliata a cinque stelle negli Hamptons. Una donna dal gusto così educato che anche quando mescola righe e animalier, ruvido e scintillante, fa invariabilmante centro. Antonio Marras, indefesso cantastorie, pensa invece ai giorni spesi in campagna, realizzando vestiti con materiali d'ogni sorta, dai tweed ai broccati, di certi eccentrici inglesi come Clive e Vanessa Bell, e agli artisti dell'Omega Workshop. Un elogio del bricolage poetico e toccante, ma infinitamemte malinconico: quel mondo lì, oggi, non può che essere fantasia.

Altrove il nouveau realisme prende una direzione dura, tra il punk e il grunge. Per la Veronica Lake di Francesco Scognamiglio, vestita tutta di bianco, è giusto il segno di un orecchino di aculei e la pettinatura sfatta. La ragazzina di Blugirl fa la ribelle nella tenuta di campagna mescolando tartan e maculati, cappotti militari e trine; da Just Cavalli i motivi orientalisti nascosti dagli over compatti disegnano infine la figura di una Sherazade da giungla d'asfalto.

Il logo in evidenza i modaioli forse non lo amano, ma nel mondo reale va per la maggiore: accettare questo fatto è altro segno di realismo, che da Fendi diventa culto scatenato delle icone del marchio, pellicce e borse in primis, e pure la doppia F, che diventa persino tatuaggio sul fianco nudo di una modella. Visionaria e sregolata, la collezione pensata dal sempre immaginifico Kaiser Karl Lagerfeld è in realtà di un pragmatismo tagliente. Se qui a vendere sono borse e pellicce, perché non concentrarsi solo sul core business? È un tripudio di pelo, infatti, dappertutto, dagli over aerodinamici agli accessori fino alla cresta punk, che è un ponpon di volpe. Il tono è insieme marziale e urbano, non nostalgico: il fluo e le texture selvagge parlano di futuro anteriore.

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