A Firenze in vetrina gli ostinati visionari della ricercatezza

Il dibattito sull'italianità, nella moda e non solo, è quanto mai vivo. Giorgio Armani, dopo aver organizzato eventi in tutto il mondo, ha riportato ultimamente il faro su Roma, scegliendo un luogo simbolico come il Palazzo della Civiltà Italiana per una colossale sfilata. L'insorgenza non è revival di becero campanilismo – non son tempi. In uno scenario esteticamente ed economicamente globale, infatti, la nozione di Italian Style ha forse perso di senso. Però un modo italiano di far le cose resiste.
È una bella maniera inconfondibile, valore aggiunto apprezzato da quanti – big spender evoluti in primis – ritengono che il "fatto bene" sia un valore assai superiore al "ben comunicato", come invece propina la teoria più popolare. Chi voglia realizzare produzioni di livello, oggi, può solo farlo in Italia. Il fatto è che, per cura e costi, il Made in Italy, quello vero, è diventato una nicchia; una espressione non tanto di lusso – termine logoro, da ripensare – quanto di autenticità. Un drappello di visionari che nel made in Italy crede fermamente ha guadagnato la ribalta nelle ultime stagioni attraverso il canale Pitti Uomo. Touch e L'Altro Uomo sono altri ambiti progressivi della fiera, senza dimenticare il polimorfo Padiglione Centrale. In queste zone franche un possibile, forse migliore, di certo più umano futuro del fare moda prende forma attraverso collezioni compatte, di grande gusto, ricercate nell'estetica e nella fattura. Il tailoring ripensato la fa da padrone. C'è Cristiano Berto, ad esempio, che a Follina, nel Trevigiano, ha inventato insieme al fratello Alessio, capace modellista, e Silvia Piccin 1ST PAT-RN, una collezione di giacche dal gusto militare in cavalry jersey, capaci di sposare il comfort della maglieria con l'aplomb della sartoria. «Ho scritto sulle mie etichette Fabbricazione Italiana – dice – perché vorrei raccontare la storia di un prodotto che qui nasce e si sviluppa interamente: i miei fornitori sono nel raggio di pochi chilometri. Se non facessi così, mi sentirei di tradire i miei clienti».

Flaneur disincantato, Salvatore Battello è autore di W-D Man: giacche con l'allure del grande classico che è in guardaroba da sempre, e un leggero tocco off. Il suo intento, dichiarato è: «Dare continuità alla tradizione, intesa come ben vestire. Traghettare bellezza ed eleganza, con un pizzico di ironia. Il piacere di vestirsi bene per sentirsi bene, per me, è terapeutico». Gli fa eco Nicola Ricci di Sciamàt, esperimento pugliese di alta sartoria per palati forti: «I nostri capi non sono adatti a chiunque: devono essere indossati da chi possiede gusto, temperamento, personalità. La scelta è di cucire interamente e seriamente a mano, nonostante siano pochissimi nel mondo a capire l'importanza di un vero manufatto». Ovvero, un positivo snobismo, alla faccia della democrazia finta del sistema, che spesso significa solo appiattimento. La linea Lardini Gabriele Pasini, nata dalla collaborazione tra l'industria marchigiana e il creativo romagnolo, misto di irriverenza bohemien ed eleganza d'antan, esprime una idea non dissimile di sartoria iperbolica. La testardaggine si rivela carattere vincente, sul banco internazionale: tutte queste collezioni, in Giappone, hanno ad esempio un solido seguito, perché oggi più che mai nemo profeta in patria.

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