L'eleganza siderale di Zegna, il Medioevo di Dolce&Gabbana, la ribellione di Versace

Il sublime, in senso romantico: lo struggimento e sfinimento dell'uomo di fronte all'immensità della natura. Un sentimento lontano distanze siderali dal presente tecnologico, e invece d'attualità. Ci ha pensato Stefano Pilati a convogliarlo ieri sulla passerella di Ermenegildo Zegna, nel primo giorno della fashion week milanese, con uno show totale, sintesi perfetta di messa in scena fantasmagorica e sofisticata ricerca stilistica. «Ho spostato l'attenzione dal rapporto industria-artigianato al mondo naturale - dice Pilati backstage -. La vastità dell'universo mi ha spinto a considerare l'equilibrio tra assoluto e relativo, e la piccolezza del nostro micromondo frenetico. Con l'astrofisico Fiorella Terenzi ho sviluppato un percorso scientifico reale che ha consentito un movimento di congiunzione stratosfera-passerella».

L'incredibile attraversamento degli abissi celesti fa da intro e cornice visiva, in forma di proiezione, a una sfilata nella quale l'interazione tra abiti e set è calibrata in modo da emozionare, mantenendo un distacco olimpico e pieno di dignità. Mentre sullo schermo si alternano immagini di New York, Shanghai e Milano, e scorci galattici, in passerella si succedono abiti di un'eleganza assoluta, relativizzata dal gioco urbano delle sovrapposizioni, con i bomber che finiscono sullo spezzato e le sciarpe che s'uniscono ai colli. La materia è tattile e preziosa, la linea intonsa e il risultato distante, ma possibile.

Anche Dolce & Gabbana guardano lontano, ma nelle profondità del Medioevo illuminato: quello di Federico II e della Sicilia normanna, crogiuolo di culture e di aperture al nuovo. Il rischio costume è presto evitato in una collezione che gli stilisti definiscono «pulita, austera e potente, come le architetture dell'epoca». Sono i cappotti sovradimensionati e le maglie compatte come cotte a definirne lo spirito, in un climax tattile e visivo di stampe e applicazioni che raggiunge l'acme nei tuxedo doppiopetto che uniscono rigore e delicatezza setosa.

Nessuna delicatezza da Versace, dove Donatella omaggia la figura dell'easy rider, il moderno cowboy che cavalca moto rombanti: uno spirito indipendente e anticonformista perché, spiega, «mai come oggi c'è bisogno di resistere all'oppressione». Il manifesto ribelle si snocciola tra lampi di rosso, pantaloni di pelle, camicie di seta e sbruffoneria compiaciuta.

È silenzioso, al contrario, il gentleman di Corneliani, chiuso in lunghi cappotti tartan, in abiti scuri e giacconi agugliati. L'immancabile camicia bianca, con la cravatta sempre al collo, è una chiara dimostrazione che la vera eleganza è fatta di sussurri. Da Costume National cambia la silhouette: slittamento notevole, se a proporlo è uno dei padri dello skinny tailoring. Ispirato dal Bowie del periodo berlinese, Ennio Capasa gioca con colori e tessiture mentre allunga e allarga le giacche, riproponendo per i pantaloni un taglio flare. L'effetto sorprende, mantenendo quel tratto di abrasione subculturale che da Costume è di casa.

Anche da Jil Sander si respira aria epurata di ribellione, ma l'assenza della signora Jil si traduce in cauto attendismo stilistico. In confronto a tanta purezza, il turbinare di stampe di Msgm quasi disturba mentre l'esordio di Julian Zigerli all'Armani Teatro delude per debolezza e infantilismo. Peccato.

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